Meditare: perché, come?

La meditazione è il processo che permette all’uomo di esplorare e di unificare il suo universo interiore, di partire alla scoperta del suo essere profondo. Preparazione indispensabile è la pratica degli asana, del pranayama, degli esercizi di purificazione corporale

A cura della redazione 09 May 2017
Meditare: perché, come?

Come sono strani questa vita e questo universo! C’è, da un lato, la vita banale dell’uomo di tutti i giorni: l’ “io” sono (o credo d’essere). L’uomo che passa la sua esistenza nel grigiore del quotidiano e che talvolta si chiede che ci fa in questo mondo. Ci sono i gesti familiari, quasi fastidiosi, che ci accompagnano da quando ci alziamo a quando ci corichiamo, la monotonia del tran tran quotidiano, la banalità della vita: l’ufficio col suo telefono aggressivo ed impertinente, le sue preoccupazioni, spesso la sua aria viziata e surriscaldata. Ci sono tutti i problemi, grandi o piccoli, che ci assillano senza tregua. E il tempo che passa, ineluttabilmente.
Tutte queste persone che si spingono, si amano, si odiano o, semplicemente, si ignorano. Nascono, mangiano, crescono, lavorano, dormono, si sposano, hanno dei bambini che ricominciano lo stesso ciclo, che ha come sfondo la prospettiva di morire in alcuni anni. E tutto ciò si muove su un pianeta che non è molto più di una granello di polvere che gravita intorno ad una stella piccola, il nostro sole, esso stesso una polvere nella nostra galassia in mezzo a miliardi di altri corpi celesti...
Che inconsistenza! Che cosa resta dell’esaltante visione dell’adolescenza coi suoi grandi progetti, le sue fantasie, il suo entusiasmo, la sua vitalità, il suo desiderio di ricostruire il mondo? Poche cose davvero. E tuttavia in fondo a noi stessi “qualche cosa” continua a credere che un essere umano è “qualche cosa” di importante. Ed è questa piccola voce, appena udibile, che ha ragione. Sì, un essere umano, voi, io, è fantastico, ma soprattutto é misterioso.
Tale è il paradosso dell’uomo del nostro secolo: esplora il cosmo, manda degli emissari sulla luna, ascolta le galassie coi suoi radiotelescopi, analizza le stelle distanti miliardi di  anni luce, mentre ignora la natura e la composizione esatta del centro del suo pianeta, situato giusto sotto i suoi piedi, e, ancor più grave, ignora ciò che lui stesso è, ignora la natura del suo  stato mentale, del suo psichismo. Ignorando tutto della sua natura profonda, ignora anche ciò che è realmente il suo corpo.

SCOPRIRE IL PROPRIO ESSERE
La meditazione è il processo che permette all’uomo di esplorare e di unificare il suo universo interiore, di partire alla scoperta del suo essere profondo, di trascendere il piccolo  personaggio episodico chiamato signor o signora Tal dei Tali (con cui si identifica  erroneamente), per commiserare la sua esistenza, per dargli la sua vera dimensione.
“Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, un  qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto”, scriveva Blaise Pascal.
L’uomo è più di ciò. Immerge le sue radici tanto nel sub-atomico che nelle galassie. Non è “qualcosa di mezzo tra tutto e niente”, è un legame tra i sostrati nucleari dell’atomo e l’infinito degli spazi intergalattici. Il processo della meditazione gli permette di collegare tutti i suoi piani di esistenza e nello stesso tempo gli conferisce la sua vera dimensione, rivelandogli la sua natura reale e simultaneamente quella dell’universo tutto intero.
Ma ritorniamo sulla Terra! Verso il piccolo personaggio che va a meditare. Come si deve considerare? Cominciamo dal principio che è forse anche la fine: “Medito con e nel mio corpo”. Medito tanto col mio fegato che con il mio mignolo, con il mio intestino quanto con il mio cervello. Questo perché la preparazione indispensabile alla meditazione è la pratica degli asana, del pranayama, degli esercizi di purificazione corporale che supponiamo realizzata.
 
LA VITA, CHE MISTERO!
Un corpo umano è un avvenimento cosmico grandioso, il cui significato profondo e la cui complessità ci sfuggono. Non conosciamo del nostro corpo che la pellicola esterna, la pelle,  come conosciamo solamente la magra pellicola superficiale del nostro psichismo. Viviamo in  superficie, conosciamo solamente le onde ed ignoriamo l’oceano che sta sotto. Il classico luogo comune della parte immersa dell’iceberg è al tempo stesso troppo abusato e così  insufficiente che mi guarderò bene dell’adoperarlo. Non lanciamoci in un volo poetico sulla meraviglia vivente che è il nostro corpo! È sufficiente studiare un po’ l’anatomia e la fisiologia per essere colpiti dalla perfezione con la quale funziona questa “macchina” dagli ingranaggi così complessi.
Il nostro approccio sarà soprattutto utilitario e diretto verso la comprensione delle tecniche della meditazione. Il nostro sguardo vuole andare più lontano, nelle profondità del nostro corpo che è il punto di incontro e di convergenza di tutti i piani di esistenza dell’essere umano, di ogni essere vivente. È impregnato soprattutto di psichismo e di coscienza. Cominciamo dall’inizio.
Il nostro corpo è innanzitutto una “repubblica cellulare”, composta da miliardi di individui. Lo sappiamo, ma lo dimentichiamo e soprattutto non “realizziamo” cosa implica questa verità. Gli yogin dell’antichità, per un’intuizione geniale, avevano percepito l’esistenza di queste “piccole vite” che compongono quella grande. Ogni cellula è insindacabilmente un essere vivente, un’individualità, che, in questo senso, si può isolare, studiare al microscopio. Dunque cos’è la vita? Domanda temibile, sebbene primordiale! Ed io non avrò  - bisogna dirlo? - la pretesa di  rispondere in modo esaustivo, perché se fossi in grado di farlo, sarei, come minimo, da premio Nobel. Diciamo che, nel pensiero degli yogin, non è un principio immateriale  o soprannaturale, ma piuttosto una proprietà fondamentale, una modalità di essere del nostro universo.
In Occidente, tentiamo di stabilire la o le distinzioni tra le “cose” non viventi, inanimate, e gli “esseri” dotati di vita. Tutto ciò perché il pensiero occidentale ha bisogno di categorie ben definite, ed è ciò che impedisce di considerare l’insieme. Gli oggetti detti inanimati sono forse più “vivi” di quanto supponiamo... Ciò non  impedisce, vi direte, e forse avete ragione, che ci siano delle differenze fondamentali tra un gatto e una sedia, tra una cellula vivente e un grano di polvere della stessa dimensione. Fino ad un certo punto dunque, anche se - ripetiamolo - la frontiera tra il vivente e l’inanimato non si è ancora potuta tracciare con precisione.  Diciamo che la vita è innanzitutto un modello di organizzazione, di strutturazione della materia in vista di un obiettivo determinato. Se chiediamo il parere di Jacques Monod, ci dirà (nel suo libro celebre e contestato “Il Caso e la Necessità”): “L’oggetto inanimato deve tutto al mondo esterno ed è sottomesso agli agenti esterni che l’hanno creato”, mentre “l’essere vivente risulta da un processo totalmente differente in questo senso che non deve quasi niente all’azione delle forze esterne ma tutto, dalla forma generale fino al minimo dettaglio, alle interazioni morfogenetiche interne all’oggetto stesso, struttura che testimonia  dunque un certo determinismo autonomo, preciso, rigoroso, implicando una libertà quasi totale al riguardo di agenti o condizioni esterne, capaci di intralciare questo sviluppo, ma non di dirigerlo, non di imporre all’oggetto vivente la sua organizzazione”.
Mi preme sottolineare che sebbene io condivida questa definizione, o piuttosto questa precisazione relativa a ciò che distingue gli esseri viventi da quelli che consideriamo come non-viventi, ciò non implica da parte mia un’adesione alle tesi filosofiche sviluppate da Jacques Monod nel libro citato.  Menzionando questo autore, evito ogni critica relativa ad un eventuale concezione vitalista,  animista o altro della vita, almeno nella sua definizione riportata sopra. Noi riteniamo, soprattutto, che l’essere vivente, senza contravvenire alle leggi fisiche, se ne serva per raggiungere obiettivi ben precisi, e che egli deve la sua forma a se stesso. Struttura, forma autodeterminata caratterizzano l’essere vivente. Esso, cellula, insetto, uomo, si impossessa senza tregua di elementi nell’universo “esterno” per integrarli nella sua organizzazione e allo stesso tempo rigetta gli elementi di cui non ha più bisogno. Se cessasse, morirebbe subito!
Una cellula può essere paragonata ad un fiume la cui struttura e forma sarebbero le rive,  e la materia che la compone l’acqua che scorre e cambia costantemente. Del resto, questa nozione di forma e la sua importanza la ritroveremo comunque sulla scala del corpo umano nella sua totalità, e questo perché è utile insistere già fin dalla cellula su questa nozione di “forma”. Non è del resto la “forma” che distingue le diverse specie una dalle altre? La “forma” è in qualche modo uno stampo invisibile nel quale cola un flusso incessante di particelle materiali.

UN CORPO INTRISO DI PSICHISMO
Ma ciò che distingue essenzialmente ogni essere vivente, è che esso è abitato da uno psichismo. Diffidiamo delle parole. “Psichismo” è un termine pericoloso a causa delle sue implicazioni filosofiche, ora qui non vogliamo parlare di filosofia. Per i pensatori indiani, ciò che chiamiamo abitualmente “psichismo” non è un principio immateriale, soprannaturale, sovrapposto o meno alla materia vivente, ma totalmente estraneo a lei. Per gli yogin, uno psichismo è piuttosto una modalità particolare dell’energia cosmica che può manifestarsi altrove sotto forma di “materia inanimata.” Ammetterete che, per noi, lo psichismo l’implica necessariamente “facoltà di essere cosciente, di percepire”. Essendo un essere vivente che risponde a ciò che ha detto Jacques Monod, una cellula dispone anche di uno psichismo, di una possibilità di percezione dell’universo e del suo ambiente naturale immediato, ed è dotata di una memoria: un’ameba dispone di una certa forma di memoria, poiché può essere condizionata. Notiamo che se non possiamo identificare “memoria” e “psichismo”, entrambi hanno delle implicazioni comuni. La memoria presuppone uno psichismo, più o meno rudimentale, e senza memoria uno psichismo è incapace di funzionare. Quanto a quello che può essere l’influsso del mondo circostante nello psichismo di un’ameba, di una cellula o di un organismo, per noi è veramente inconcepibile.
C’è incomunicabilità tra i livelli della lucida coscienza dell’intelletto umano e gli altri livelli di coscienza. A meno di diventare ape noi stessi, non potremmo mai immaginare ciò che può vedere e percepire un’ape. Ma se questa incomunicabilità esiste, è importante dal punto di vista della pratica della meditazione tenere conto dello psichismo cellulare? Dove ci conduce ciò? A questo: lo psichismo non è una modalità di funzionamento del cervello umano, è una proprietà fondamentale del corpo nella sua totalità. Il mio corpo è dello psichismo, innanzitutto e prima di qualsiasi altra considerazione. E ciò è estremamente importante. La psicosomatica non si applica - o piuttosto non si dovrebbe solamente applicare - alle relazioni tra i macro-psichismi umani e il corpo preso nella sua totalità. Dovrebbe radicarsi nella psicosomatica cellulare.
Certamente, le nostre cellule non dispongono di sistema nervoso e questo perché un buon numero di scienziati esiterebbe a riconoscere loro uno psichismo. È vero. Ma non hanno neanche un sistema digerente, ma ciò non impedisce loro di digerire delle materie esterne. Un globulo bianco, o fagocita, se preferite utilizzare il termine scientifico, non ha né braccia né gambe, ma non gliene importa quando incontra un batterio nemico: lo inghiotte e lo digerisce. Parimenti il suo psichismo rudimentale (che non vuole dire indefinito) è adattato al suo livello di esistenza e può funzionare senza avere bisogno di sistema nervoso. Chi può provare che lo psichismo implichi necessariamente un sistema nervoso?

MEDITARE CON LE CELLULE
Se la mia meditazione non scende fino a coinvolgere lo psichismo di ciascuna delle mie cellule, fluttua realmente “nel mezzo tra il nulla e l’infinito”. La mia meditazione dovrà armonizzare e inglobare tutti gli psichismi cellulari. Non solo è possibile, è anche indispensabile: la meditazione sarebbe altrimenti solamente un’attività superficiale. La meditazione, la vera, l’integrale, deve “scendere” sino alla più umile delle cellule. La meditazione è un festival in onore di tutto l’innumerevole popolo delle cellule.
È ciò che erano le nozze reali al tempo dello splendore dei re di questo mondo. Quando c’è, per esempio, un matrimonio in Gran Bretagna, questo avvenimento che dovrebbe riguardare solamente la principessa e il suo sposo, al limite la famiglia reale, è considerato tuttavia come un avvenimento per tutto il popolo britannico ed ogni cittadino partecipa all’evento. È un vostro diritto considerare tutto questo come delle affermazioni gratuite; invece, ho il diritto di affermarlo per averlo provato: il nostro psichismo cosciente globale è solamente una modalità particolare e frammentaria dello psichismo totale del nostro essere, e soprattutto è un livello di integrazione degli psichismi cellulari nel loro complesso. Ciò spiega, in particolare, certi effetti psicologici dello yoga, voglio dire di ciò che molti occidentali chiamano “lo yoga”, vale a dire la pratica quotidiana di alcuni asana.
Ho, nella mia classifica, decine di testimonianze di occidentali che si sono dedicati alla pratica degli asana per semplici motivi igienici. Sono stati sorpresi nel constatare gli effetti profondi degli asana sul loro psichismo, sul loro carattere, sulla loro gioia di vivere e, in seguito, si sono interessati agli aspetti più “spirituali” dello yoga. Questa intensificazione della gioia di vivere è solamente l’espressione globalizzata del sentirsi meglio di ciascuna delle nostre cellule. Gli asana fanno circolare meglio il sangue, la linfa, ma anche il prana e il pensiero attraverso il corpo, ciò permette alle cellule di essere nutrite meglio, purificate, più felici. Sì, le cellule possono essere felici o depresse (questo è, ahimè, molto vero). Felici, quando la salute e la gioia ci abitano. Depresse, quando non ci si trova bene né nella propria pelle né nel suo psichismo, e non si prova nessuno gusto nella vita. Sì, le cellule sono coscienti! Sono anche e soprattutto degli esseri sociali. Come un’ape allontanata dall’alveare muore, anche se dispone di cibo in quantità sufficiente, anche se si trova in un luogo che dovrebbe permetterle di vivere; le nostre cellule sono degli esseri che vivono in società, in famiglia. Una società primitiva, tribale nel miglior senso del termine. Hanno anche uno psichismo collettivo. La loro famiglia più vicina, è formata da tutte le altre cellule dello stesso organo. Delle ricerche recenti mostrano che le cellule comunicano tra loro! Ed esse hanno uno psichismo e un inconscio collettivo, quello dell’organo di cui fanno parte.

"PARLARE" AGLI ORGANI
Vere o false, queste affermazioni non tolgono nessun valore alle tecniche della meditazione. È tuttavia possibile rifiutare questo ragionamento o considerarlo come un’ipotesi gratuita. Ciò non impedisce che, basandosi solamente su tali ipotesi, gli yogin trovino il modo di “parlare” ai loro organi: se un organo è momentaneamente in difficoltà, sono capaci di stimolarlo, di incoraggiarlo e di ristabilire così il suo funzionamento completamente normale. Sanno come rivolgersi a questo psichismo collettivo, e gli strumenti vi saranno dati: non è neanche difficile...
Le cellule sono molto emotive!
Le cellule e gli organi hanno talmente “uno spirito di famiglia” che rifiutano gli intrusi. Perché dunque i trapianti si scontrano con tante difficoltà? L’innesto di un organo non è più un problema tecnico per il chirurgo, i metodi sono ormai perfezionati. I problemi nascono dai fenomeni di rigetto. Ogni organo è una famiglia di cellule, essa stessa inserita in un gruppo sociale più importante. Introdurre un organo estraneo crea un vero problema “razziale” nel senso più stretto del termine. L’organismo rigetta ogni famiglia di cellule estranee (organo innestato) e questo con maggior vigore quando il loro tipo “razziale” è più lontano. Se il ricevente e il donatore di un organo sono molto vicini (per esempio fratelli), il trapianto avrà molte più probabilità di riuscita. Per aggirare la difficoltà, bisogna ingannare l’organismo per un certo periodo, bloccare le sue reazioni di difesa con i mezzi chimici, finché il gruppo “immigrante” si è “naturalizzato”, e il suo psichismo collettivo si sia integrato a quello di tutto l’organismo. In quel momento il trapianto è riuscito ed è acquisito definitivamente.
Talvolta questa intrusione sarà recepita dal livello psichico superiore come un importante turbamento e certi trapianti di cuore (più l’organo è importate più grande è il rischio) presentano dei problemi mentali notevoli. Mi rendo perfettamente conto quanto sopra scritto si allontani dalle concezioni attuali in materia di fisiologia e di anatomia, e anche di psicologia. Ma la pratica della meditazione integrale vi permetterà di percepirne intimamente la realtà.
Il cervello è esso stesso una famiglia di cellule, come gli altri organi. È anche una famiglia di famiglie di cellule, raggruppate in unità specializzate. Alcune sono degli specialisti delle relazioni esterne. Nel cervello esistono dei centri di interpretazione delle notizie che provengono dal mondo esterno, o considerato come tale. Quando guardate il mondo esterno, miliardi di cellule sono al lavoro. Fanno, ciascuna, coscienziosamente il proprio lavoro, ma voi non avete la consapevolezza che dell’insieme.
Qui del resto, incontriamo un altro mistero di fronte al quale ci inchiniamo: quello della mente umana. Pensiamo e siamo coscienti con l’aiuto del nostro cervello, è certo, ma questa facoltà è nel cervello stesso? La nostra mente è nel nostro cervello o il nostro cervello è nella nostra mente? Non risponderemo a questa domanda. Accontentiamoci solamente di constatare che al momento non c’è nessuna spiegazione scientificamente soddisfacente del fenomeno della coscienza e della relazione tra la mente e il cervello. È davvero il colmo che l’uomo non sia ancora riuscito a spiegare né dove né come pensa! Ciò che ci è più familiare, la coscienza del nostro ambiente, è avvolto di mistero insondabile! Dovremmo qui “saltare” un’altra tappa: il nostro psichismo individuale è lui stesso integrato in uno psichismo collettivo che lo supera fino a raggiungere lo psichismo cosmico, poiché per gli yogin l’universo vive e pensa.                                                                                                        

*André Van Lysebeth è stato uno dei pionieri dello yoga in Occidente. Ha scritto diverse opere su questa disciplina che sono state tradotte in decine di lingue raggiungendo, in alcuni casi, tirature di milioni di copie. Il suo insegnamento ha influenzato un’intera generazione di insegnanti di yoga.
Van Lysebeth iniziò a praticare yoga all’età di 26 anni. Dal 1949, fu allievo di Swami Sivananda, dal quale riceveva istruzioni per via epistolare. Solo nel 1963, incontrò il suo maestro di persona poco prima della sua morte. Sivananda gli conferì il diploma dell’Accademia “Yoga Vedanta Forest” di Rishikesh. La rivista specialistica Yoga, pubblicata in lingua francese dal 1963 al 2004, lo fece conoscere in Occidente. Dal 1964 studiò con SriKrishna Pattabhi Jois. Nel 1965 fondò la Società Yoga del Belgio e nel 1973 l’Unione Europea di Yoga (con Gérard Blitz).

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